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Fattivamente

Collaborare per sviluppare il territorio

Sviluppare il territorio per vivere meglio

 

A proposito dell’Ospedale

 

In un nostro precedente post abbiamo già avuto modo di sottolineare che la tanto strombazzata opportunità per il territorio, rappresentata dal fatto di avere un nuovo ospedale, non si sarebbe tramutata automaticamente in sviluppo, ma che sarebbe stato necessario lavorare affinché ciò si realizzasse.

 

La nostra era un’esortazione a far diventare la sanità biellese un centro di eccellenza nazionale, cioè partire da quello che avevamo per farlo crescere, perché solo così sarebbe diventato un fattore di crescita per il territorio.

 

Invece, tre mesi dopo l’apertura del nuovo ospedale ci troviamo nella prospettiva di un suo largo ridimensionamento, non tanto e non solo negli spazi quanto nelle specializzazioni e nelle competenze, Ci sta bene?

 

A noi sicuramente no, non ci stava bene prima, figuriamoci ora; Possiamo fare qualcosa?

 

Da soli certamente no, insieme forse; ma, a parte reclamare, bisogna fare proposte alternative

 

Ora, lungi dal dare per scontati i ridimensionamenti proposti, contro i quali è necessaria la più forte sollevazione popolare e delle istituzioni, vogliamo anche distinguerci dai balletti partitici, secondo i quali chi è della stessa fazione dei proponenti i tagli, minimizza gli effetti degli stessi e, anzi, paventa che se non verranno adottati, ben più gravi conseguenze dovranno essere affrontate, mentre chi è di fazioni diverse ne enfatizza gli effetti, magari per attribuirsi poi il risultato di una loro riduzione.

 

Partiamo innanzitutto dalla constatazione che noi biellesi, con le nostre donazioni, abbiamo fatto crescere il fondo Edo Tempia fino a farlo diventare uno dei laboratori italiani meglio attrezzati per la Genomica Applicata, abbiamo permesso, in pochi anni, la costruzione (quasi completata) della nuova sede LILT e, direttamente o indirettamente, abbiamo partecipato anche alle varie donazioni per dotare l’ospedale delle più moderne attrezzature.

 

Sì perché sia che siamo correntisti Biverbanca, o Banca Sella, o che siamo lavoratori in aziende donatrici, abbiamo collaborato (con meno interessi sui nostri C/C o con uno stipendio inferiore a quello che avrebbe potuto essere) a creare quei fondi che hanno reso possibili le donazioni (anche se i soci delle banche e i titolari delle aziende di cui sopra saranno di opinione differente).

 

Un’altra considerazione riguarda le donazioni stesse. A guardare l’elenco delle attrezzature donate all’ospedale di Biella (a quello nuovo ma anche a quello vecchio) c’è da chiedersi a quando risalga l’ultima spesa della regione per dotare il nostro ospedale di una nuova apparecchiatura.

 

Allora, se noi biellesi siamo in grado di fare queste cose, ci dobbiamo adeguare a delle decisioni regionali politicamente scorrette? No!

 

1°) Chiediamo che le tasse che paghiamo valgano per noi come per tutti i cittadini regionali, per cui chiediamo di applicare delle regole comuni valevoli in tutta la regione, in difetto delle quali si dovrà valutare un ricorso al TAR o agli organi competenti.

 

2°) Per quei reparti che dovessero subire dei tagli malgrado l'applicazione delle regole di cui sopra, rilanciamo, proponiamo la realizzazione di un ospedale parallelo.

 

Attenzione: Non proponiamo di costruire nessuna nuova struttura ma, se è vero che il nuovo ospedale potrebbe teoricamente contenere 531 posti letto significa che rispetto ai 482 attuali ci sono già 49 posti letto disponibili e, se a causa dei tagli prospettati i 482 dovessero scendere ulteriormente, parallelamente quelli disponibili aumenterebbero.

 

Se questo significasse anche la riduzione delle aree occupate, queste aree potrebbero accogliere dei reparti “privati”, una sorta di clinica all’interno dell’ospedale, così come, ci pare di aver capito, alcuni laboratori del Fondo Edo Tempia verranno ospitati all’interno della struttura ospedaliera.

 

Questi reparti “privati” permetterebbero inoltre di assumerne i primari (e i medici in generale) non in base a concorsi ma in base alle reali capacità, e di licenziarli se non si dimostrano all’altezza.

 

Questo perché l’obiettivo non è quello di sussidiare indefinitamente una struttura mancante delle competenze necessarie, ma quello di diventare i leader in Italia per quella determinata competenza, così che la regione non possa esimersi dal riconoscerci lo status raggiunto. (Un modello in questo senso è rappresentato dall’istituto Humanitas )

 

Per fare questo oltre alle attrezzature sono fondamentali le persone, si devono assumere i migliori, quei professionisti che per le loro capacità sono in grado di richiamare a Biella pazienti da fuori, giustificando quindi le strutture complesse che si dovrebbero rapportare ad un bacino più ampio.

 

Chi dovrebbe sostenere i costi di questi reparti? I pazienti?

 

Certamente non i pazienti ma chiediamo, sin da ora, (e speriamo che la popolazione in questo voglia unirsi a noi) alle varie fondazioni e agli Amici dell’ospedale di Biella, che si sono sin qui adoperate per il suo miglioramento, di impegnarsi, in caso di ridimensionamento dello stesso, a dirottare, totalmente se necessario, le future donazioni verso la realizzazione e il mantenimento di questi reparti, e se ancora non dovesse bastare, si propone la costituzione di un’assicurazione sanitaria, con un premio poco più che simbolico, affinché tutta la popolazione la possa sottoscrivere, che permetta l’accesso, in caso di necessità, alle cure offerte da questi reparti (a titolo di esempio, anche se ci rendiamo conto che la situazione è diversa, la Banca d’Alba fornisce ai propri 46464 soci un primo ciclo gratuito di terapie fisiatriche e il secondo a prezzi vantaggiosi, anche per la famiglia, a dimostrazione che se i numeri sono elevati il costo per il singolo diventa basso).

 

Del resto, bisogna interrogarsi anche sull’uso che viene fatto delle apparecchiature diagnostiche fin qui donate (anche con il contributo della popolazione, come detto), è giusto che vengano sfruttate poche ore al giorno, e quegli stessi donatori, quando diventano utenti siano costretti a volte a rivolgersi a strutture pubbliche, ma più spesso private (che magari non hanno apparecchiature altrettanto valide) di territori limitrofi, pur di ottenere prestazioni in tempi ragionevoli? In Lombardia un recente accordo prevede l’apertura degli ambulatori fino alle 22 dei giorni lavorativi, dalle 8 alle 15 del sabato, e dalle 8 alle 13 della domenica, perché da noi no?

 

Quali sono i reparti che dovrebbero essere costituiti?

 

Certamente molto dipenderà dalle decisioni che verranno prese in regione, e bisognerà valutare se sia stato soppresso un reparto più necessario di un altro, tuttavia, a nostro avviso, la valutazione dovrebbe tenere ben presente l’obiettivo dichiarato sopra, per cui lungodegenze e/o geriatria, che, almeno a prima vista, sembrano essere reparti strutturali, che non permettono lo sviluppo di competenze distintive, dovrebbero forse essere gestiti attraverso accordi con altre strutture, il che potrebbe anche contribuire a risolvere i problemi di strutture come il Belletti Bona.

 

In questo schema e, sebbene la cosa non ci renda felici, per alcuni dei reparti tagliati potrebbe essere possibile trasformare il problema in opportunità mentre, paradossalmente, sarebbe più difficile portare all’eccellenza i reparti che rimangono ma vedono già oggi una mobilità dei loro potenziali pazienti verso strutture di altri territori; questo a causa dell’inamovibilità dei loro responsabili

 

In conclusione, noi siamo per un ospedale all’avanguardia, universitario, collegato a Città Studi per i corsi di medicina, e alla ricerca tramite il Fondo Edo Tempia (ed eventualmente altre istituzioni), e a chi ritenesse questa prospettiva inattuabile vogliamo portare un esempio che a prima vista non c’entra nulla, che invece a nostro avviso è dimostrativo di come vanno gestite queste cose:

 

A Pollenzo Slow Food (Carlo Petrini) ha realizzato l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche, è un’università non statale, in pratica un’università privata, che però ha raggiunto nel suo campo un livello di legittimazione tale da essere riconosciuta come centro internazionale di formazione e di ricerca. Ora è stato chiesto al ministro dell’istruzione di riconoscere la specificità formativa dando vita a un’Università tematica con una classe di laurea più coerente alle scienze gastronomiche.

Di fronte all’eccellenza rappresentata da questa istituzione, il ministero ha sottoscritto un impegno congiunto di presentare questo innovativo progetto nel palcoscenico mondiale di Expo 2015.

Mediate gente, meditate.

 

 

 

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